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mercoledì, marzo 22, 2006

Eutanasia e testamento biologico















Legalizzazione, regolamentazione e controllo della somministrazione, nei casi terminali, di farmaci contro il dolore anche se a elevato rischio. Legalizzazione dell'interruzione del mantenimento artificiale in vita, nei casi di coma profondo e irreversibile, e comunque in quelli in cui ci sia ulteriore aspettativa di vita che non sia pure vegetativa: la scelta deve essere espressamente indicata in un apposito testamento biologico da prevedere per ogni cittadino.

Le origini del concetto di eutanasia in Germania
Il progetto di eutanasia nazista

Se sfogliassimo un vocabolario alla ricerca del significato della parola "eutanasia" troveremmo questa definizione: "La morte non dolorosa, ossia il porre deliberatamente termine alla vita di un paziente al fine di evitare, in caso di malattie incurabili, sofferenze prolungate nel tempo o una lunga agonia; può essere ottenuta o con la sospensione del trattamento medico che mantiene artificialmente in vita il paziente (eutanasia passiva), o attraverso la somministrazione di farmaci atti ad affrettare o procurare la morte (eutanasia attiva); si definisce volontaria se richiesta o autorizzata dal paziente". Quando oggi discutiamo di eutanasia parliamo di un "diritto" del paziente, ci riferiamo cioè alla "eutanasia volontaria". In altri termini privilegiamo la sfera della volontà umana. Nella Germania degli anni tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale si parlava di eutanasia in modo molto differente.
Durante la Prima Guerra Mondiale si era assistito ad una impressionante impennata dei decessi dei malati cronici negli istituti di cura tedeschi: 45.000 in Prussia e più di 7.000 in Sassonia. Con molta probabilità la scarsità di cibo causata dal conflitto aveva spinto molti medici ad affrettare la morte di una parte di queste cosiddette "bocche inutili". Per certi versi si era creato in tal modo un terreno favorevole ad una sorta di "indifferenza" alla morte di individui definiti inguaribili. In questo clima trovò terreno fertile la teorizzazione di una "eutanasia di Stato". Nel 1920 apparve un libro dal titolo "L'autorizzazione all'eliminazione delle vite non più degne di essere vissute". Gli autori erano Alfred Hoche (1865-1943), uno psichiatra e Karl Binding (1841-1920) un giurista. Hoche e Binding di fatto svilupparono un concetto di "eutanasia sociale". Il malato incurabile, secondo i due, era da considerarsi non soltanto portatore di sofferenze personali ma anche di sofferenze sociali ed economiche. Da un lato il malato provocava sofferenze nei suoi parenti e - dall'altro - sottraeva importanti risorse economiche che sarebbero state più utilmente utilizzate per le persone sane. Lo Stato dunque - arbitro della distribuzione delle ricchezze - doveva farsi carico del problema che questi malati rappresentavano. Ucciderli avrebbe così ottenuto un duplice vantaggio: porre fine alla sofferenza personale e consentire una distribuzione più razionale ed utile delle risorse economiche.


23 marzo 2006
CAPEZZONE-GIOVANARDI....

Ieri sera alle 20:30 (Trasmissione 8 1/2 - LA7): tutti lì in trepida attesa per lo scontro/incontro Capezzone-Giovanardi e invece Capezzone è rimasto bloccato nel traffico romano ed è arrivato solo alla fine della trasmissione, giusto per concludere con un breve intervento, mentre Giovanardi ha potuto partecipare telefonicamente (cause oscure) ma con un grande "handicap" anche lui: era dotato di microfono ma non di audio, per cui non poteva ascoltare e intervenire al momento giusto e con giuste osservazioni. Insomma per farla breve: la trasmissione l'ha condotta solo FERRARA e di tanto in tanto appariva dall'altra parte del video un visino di una europarlamentare olandese a cui per problemi di collegamento veniva negato di terminare l'intervento. Ah dimenticavo c'era anche Mr. Bean "S-FOGLIO-NATO" che leggeva con altezzosità dati certi e inconfutabili. Mi sono divertita un bel po'. Ferrara è così deliziosamente ospitale e così super partes che da oggi in poi la mia stima nei suoi confronti si rafforzerà ulteriormente. A parte la breve introduzione il tema della trasmissione era l'EUTANASIA! Tema scottante, sopratutto se riferito a bimbi. Ai (spero) pochi spettatori è passato solo questo messaggio: l'eutanasia è un omicidio consentito dalle autorità...
e capirete che cio' è davvero triste, poiché innanzitutto abbiamo visto un'Italia che non comprende la cultura di un altro paese come l'Olanda (cecità/ignoranza) e poi abbiamo ribadito ulteriormente che noi italiani viviamo ancora proiettati all'indietro e le uniche accuse che sappiamo muovere sono racchiuse nei termini: COGLIONE, NAZISTA, ...Mi chiedo se è un buon atteggiamento quello del Ministro Giovanardi, componente illustre del nostro Governo, che dovrebbe cooperare con governi di altri paesi e non spudoratamente condannarli con un ritaglio di foglio ampiamente evidenziato su 3 righe di una facciata senza la benché minima conoscenza della materia.
Però sorvoliamo e passiamo all'intervento di Capezzone (finale): dunque questo povero ragazzo che deve ancora girare in tram e che ha dovuto sopportare di tutto -durante il tragitto-: un panzone che gli ha rubato l'unico posto disponibile, uno schifoso cialtrone che lo ha insultato senza possibilità di replica poiché era grande e grosso e lo avrebbe sicuramente malmenato alla fine della discussione (e il nostro piccolo Daniele se n'e' ben guardato), un vecchiaccio che lo ha guardato per tutto il percorso e ogni tanto gli sputacchiava addosso, ..... insomma ha mantenuto sempre la calma -nonostante il ritardo- e (inciampando sui gradini, salendo le scale) è arrivato. Ferrara incazzato gli ha detto che avrebbe potuto anche non itervenire per niente visto che ormai la trasmissione era bella che terminata. Allora Capezzone, sempre con grande educazione, ha detto: no, io ho fatto tanto per arrivare, ho sopportato di tutto, ora voglio parlare... e ha detto quelle due cose che gli sono state possibili: Giuliano - Lucia; e "nun ce prova'"! Al che Ferrara ha risposto: "lei è un ignorante, non capisce un cazzo di eutanasia, ed è radicale"! Al che (bis) io mi sono chiesta: ma che vuol dire radicale? E' un'offesa? E' un po' come dice Giovanardi: sei nazista!!!? Bho o Boh!!! Fatto sta che Giovanardi ha continuato a dare i numeri, a causa dell'audio inesistente: 600 su 1000...
Mi è sembrata un'ottima trasmissione! Bravo Daniele ;-)! 1 su 1000 ce la fai ....... o ce la "poi fa'"!!!!

Ma vediamo quest'articolo di Corrado Augias cosa ci dice riguardo l'eutanasia.

Poche settimane fa in Francia, il tribunale di Boulogne sur mer ha assolto Marie ha assolto Marie Humbert rea d'aver ucciso suo figlio Vincent con l'aiuto di un medico. Prima della sentenza, già il pubblico ministero Gérald Lesigne aveva chiesto il proscioglimento. La storia è questa: il 24 settembre 2000, Vincent, 19 anni, era stata vittima di un incidente stradale che lo aveva ridotto in coma, tetraplegico, muto e quasi cieco. Dopo 9 mesi si è svegliato lucido dal coma. La madre riusciva a comunicare con lui utilizzando l'unico organo che Vincent poteva controllare: il pollice destro. La donna gli ripeteva una per una le lettere dell'alfabeto, Vincent la bloccava premendo il dito su quella voluta. In questo modo s formavano parole, pensieri, bisogni. Il giovane, dicevano i medici, non uscirà mai da questo stato, il suo organismo è forte, camperà così, povero relitto, fino a tarda età. Nel dicembre del 2002 Vincent "scrive" al presidente Chirac: "Lei ha diritto di graziare, io le chiedo il diritto di morire". Il capo dello Stato, commosso, riceve la madre all'Eliseo, l'abbraccia, le dice che non può autorizzare l'eutanasia perché la legge non glielo permette.Nel settembre 2003, tre anni dopo l'incidente, Marie mette nella flebo del figlio un barbiturico che provoca un coma profondo. Due giorni dopo, Frédéric Chaussoy, primario rianimatore, stacca la macchina che tiene in vita il giovane. Quando si rende conto che il poveretto sta lentamente soffocando, gli pratica un'iniezione letale per evitargli l'ultima sofferenza. Il primario rivendica l'eticità della sua decisione, l'ordine dei medici approva il suo gesto, i francesi hanno applaudito l'assoluzione. Ci sono uomini crudeli che continuano a rifiutare l'eutanasia anche in casi disperati come questo in nome di un astratto e disumano principio.

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Amare attraverso la morte. "Al fianco" di un grande uomo c'è sempre una grande donna.

Maria Antonietta Coscioni: "Aspetto la prima giornata di sole per liberare le ceneri di Luca nel mare"
da Grazia del 27 marzo 2006, pag. 45
di Stefania Rossetti

Maria Antonietta Coscioni parla al plurale e al presente. Dice: "Noi". E intende lei e Luca, suo marito. Che è morto da poco più di un mese, anche se lei ne parla come se fosse qui, a vivere con lei. Poi si corregge, stringe gli occhi e ricomincia da capo: presente, singolare. "Aspetto la prima giornata di sole per liberare le ceneri di Luca nel mare", dice. "Lui amava andare a vela: prima di ammalarsi saliva sul suo barchino giallo e faceva rotta verso l'isola del Giglio, è in quel tratto di mare che voglio lasciarlo andare. Voglio farlo da sola, o forse no: chiederò alle persone che lo amano. Adesso è presto. Sto solo abituandomi a prendere decisioni da sola. Sto imparando ad affrontare da sola la notte: Luca aveva paura del buio, appena scendeva il sole diventava inquieto, bisognava stargli ancora più vicino".

La casa di Maria Antonietta è piccola e quasi tutta bianca: mobili, tende, tazze impilate in cucina, divani. C'è una sola poltrona scura: è quella, ortopedica, che usava Luca, prima di essere costretto a stare, giorno e notte, nel suo (anzi, nel loro) letto bianco. "Negli ultimi tempi Luca aveva un respiro ridotto a un soffio: doveva risparmiare aria, non ne aveva nemmeno per essere trasportato in salotto". Lui, ammalato di sclerosi laterale amiotrofica, viveva da anni completamente immobile: comunicava con gli occhi indicando le lettere scritte a pennarello su una tabella, che adesso è lì, sulla libreria, accanto ai DVD di Hitchcock: "Molti pensano che una morte annunciata possa essere meno dolorosa e scioccante", dice Maria Antonietta."Io so che quando vivi come se ogni secondo fosse strappato alla morte, allora la morte ti sembra un cataclisma. Perché porta via una vita che hai continuamente voluto".

Luca ha lavorato fino all'ultimo giorno: era presidente del Partito Radicale, da anni si batteva a favore della ricerca sulle staminali, era candidato per la Rosa nel Pugno alle prossime elezioni (al suo posto è in lista Maria Antonietta). "Mi diceva che facevo troppe domande. Ma avevo bisogno delle sue risposte, volevo esser sicura di aver capito quello che pensava. Non vivevo da sola, vivevo con lui. Da quando è morto persino fare la spesa mi sembra strano. Prima, ogni giorno, andavo a comprare qualcosa di buono da mangiare. Luca era alimentato artificialmente, ma la sua presenza dava senso al fatto che io cucinassi per me. Oggi torno a casa, appoggio le borse della spesa sul tavolo, e non so più".

Maria Antonietta racconta una vita che deve ricominciare da un vuoto che non è solo affettivo: è fisico, è fattivo. E' il fatto di non dover più spostare, lavare, nutrire, accarezzare il corpo dell'uomo che ami. "Senza Luca sono senza gambe. Adesso allontanarmi da casa dovrebbe essere più facile, o almeno, avere più senso. E invece no: tutto quello che vedevo e facevo fuori di qui aveva importanza perché era la vita che avrei raccontato a Luca. Lui mi sgridava: diceva che il giorno in cui ha scoperto di essere ammalato mi sono ammalata anch'io. Ma non era una malattia: era non lasciarlo mai. Neanche quando andavo a fare un giro in bicicletta".

Maria Antonietta è molto bella: "Ho sempre cercato di esserlo: odiavo la parte della 'moglie infelice di marito paralizzato'. Luca era bellissimo, aveva un sorriso bellissimo. Aveva un profumo meraviglioso, soprattutto in un punto: proprio qui, sul lato destro del collo. Andavo a cercarlo, frugando con la mia faccia su quel punto. E poi lo baciavo, lo mordevo e gli dicevo: 'Ti mangerei' ".

Ci spostiamo nella stanza dove Maria Antonietta, oggi, va a cercare Luca, quando ha bisogno di lui: è lo studio, piccolo, pieno di carte e documenti: "Ci sto per molte ore al giorno, lavoro per il Comitato Luca Coscioni, mi preparo alle elezioni, ma non mi piace la parte della 'vedova di': faccio quello che facevo con lui, credo nelle stesse cose, solo che ora le faccio da sola". Dunque Luca lo sente proprio qui, in questa stanza? "E' qui quando ho bisogno di capire come continuare a vivere; quando invece voglio piangere vado nel nostro letto, mi metto sotto il piumone: ho freddo, e sto lì con lui. Da quando è morto, dormo dalla sua parte, ho portato il telefono sul suo comodino, leggo con la sua lampada".

Luca Coscioni ha deciso come morire. Quando le sue condizioni si sono aggravate, i medici gli hanno consigliato di sottoposti a una tracheotomia: per permettergli di respirare e dunque di sopravvivere più a lungo. "Luca non ha voluto. E' stata una decisione pensata, molto dura. Era convinto di avere ormai superato la soglia di quello che era giusto per lui. Sapevamo che questo avrebbe avvicinato la morte. Ho provato un grande dolore, ma gli ho detto: va bene. Adesso so che aveva ragione lui. Luca è morto dolcemente, quasi anestetizzato dall'anidride carbonica che il corpo non era in grado di espellere a ogni respiro. Il fiato gli mancava e io gli accarezzavo la pancia per aiutarlo a fare uscire il respiro. Gli dicevo: Luca, sono qui. Non ti posso aiutare, posso fare solo questo. Non gli dicevo addio, sapevo che lui voleva essere trattato da vivo, fino all'ultimo respiro. Era un corpo debole, con un'anima forte".

Il sole sta calando: il giardino dietro la finestra, sta diventando scuro: "Ho avuto una vita straordinaria: non posso accontentarmi di una vita qualunque. Tu mi chiedi del mio futuro senza Luca: io ti dico che lui è qui. Fin che ci sono io, lui c'è".


continuerà...................